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CARSTENSZ PYRAMID

Oceania

Internacional Carstensz Expedition 2006

Carstensz Pyramid, la Montagna Nascosta

carstensz1Il corpo dell’isola della Nuova Guinea è attraversato da una spina dorsale montagnosa che la percorre in tutta la sua lunghezza. La parte occidentale annovera tra le sue cime nevose anche la più elevata di tutta l’Oceania: è la vetta del Carstensz, il Carstensz Pyramid o come lo chiamano le popolazioni locali il Puncak Jaya. Si innalza per 4.884 metri (molte carte lo danno a 5.030 metri che era la vecchia quotazione) e si trova all’interno del territorio indonesiano dell’Irian Jaya. Dai ghiacciai che circondano il Carstensz scendono verso le ampie pianure torrenti e fiumi che con le loro acque limacciose si scaricano a mare, contorcendosi prima tra giungla e foresta per raccogliere tutta l’acqua possibile che le continue precipitazioni forniscono. E’ una regione dove piove spesso e in alcuni periodi quasi ininterrottamente. Per la salita al Carstensz questo è uno degli ostacoli, anche se non certo il maggiore. Il governo indonesiano prevede un permesso per andare in Irian Jaya, ottenibile a Jakarta, più uno ulteriore per viaggiare in alcune aree interne (per esempio Wamena) che viene rilasciato a Jayapura. In più per il Carstensz è necessario un permesso speciale, sia che si arrivi via Wamena o via Timika. Si prosegue per raggiungere il campo base in parte con l’elicottero e in parte a piedi. Nel primo caso gli ostacoli sono l’operatività dell’elicottero e il rifiuto delle tribù locali durante l’avvicinamento di passare nel loro territorio o comunque una volta individuati di proseguire.

carstensz2Due alpinisti della spedizione a cui ho partecipato nel novembre 2006 (Kim Young Mi coreana e l’inglese John Crellin) avevano vissuto in precedenza un’avventura del genere e dopo 3 giorni di cammino nella foresta hanno dovuto far ritorno verso Wamena per le minacce di morte subite da un clan locale, senza possibilità di alternative. Su Timika la situazione non è molto diversa e sempre i due alpinisti citati in precedenza sono rimasti bloccati nella cittadina papuasica con un’altra spedizione per 7 giorni per poi far ritorno definitivamente a casa. Qui l’ostacolo maggiore è la PT Freeport Indonesia che controlla tutto il territorio, denominato Grasberg, che da nord di Timika va fino al secondo lago (di 3 in totale) che da Zebra Wall (m.3.740) porta al campo base del Carstensz. L’elicottero sarebbe l’alternativa più facile e auspicabile ma sta di fatto che rimane un’ipotesi quasi impraticabile per diversi motivi. L’azienda PT Freeport Indonesia, società mineraria americana per l’estrazione del rame e dell’oro nel comprensorio del Gunung Sudirman, non permette ad alcuno l’attraversamento del territorio di sua competenza, per cui la questione è piuttosto complicata. Sta di fatto che la spedizione internazionale Carstensz 2006 è riuscita ad approdare a Zebra Wall la mattina del 11 novembre e raggiungere il campo base 3 ore dopo sotto la pioggia incessante. Il C.B. (campo base) si trova a 4.050 metri a ridosso di un lago color turchese, da dove la montagna non è ancora visibile. Per ritrovarsela di fronte bisogna superare un passo a 20 minuti dal C.B. sulla destra e la parete del Carstensz di solida roccia appare allora superba e grigia in tutta la sua interezza. Alle 5 del mattino del giorno seguente (12 novembre 2006) siamo alla base della via con un cielo sorprendentemente limpido, libero da ogni nuvola. La salita si snoda sulla destra della parte centrale della montagna e si “infila” su una specie di diedro fino a 200 metri sotto la cresta dove vi è un tratto di sentiero (100 metri ca.) per poi riprendere ancora la parete fino a raggiungere la parte bassa della cresta. L’arrampicata è veramente piacevole e la roccia è ferma e sicura; l’unico inconveniente è la presenza costante di piccoli rilievi appuntiti sulle placche per cui le mani dopo un po’ risultano piene di piccoli tagli e micro-tagli che bruciano e danno fastidio. Arrivati in cresta il tempo cambia in fretta e ben presto inizia a nevischiare misto a pioggia. L’arrampicata sulla cresta a tratti non è semplice e talvolta bisogna calarsi in doppia per poi risalire su balze delicate, dove è necessaria la massima attenzione.

carstensz3La cresta, partendo da destra verso sinistra, porta a 3 cime e l’ultima è il punto più elevato della montagna. All’uscita della prima cima mi trovo davanti a tutti, fermo; mentre sto scattando una fotografia sento un ronzio (zzzzzzz…) dietro nello zaino. Non riesco a comprenderne la natura e dopo aver sbattuto le mani sulle spalle per allontanare questa incredibile sensazione, mi tolgo lo zaino. Tutto questo continua sulla giacca e sull’elmetto che porto e mi accorgo che la peluria delle mani è diritta. Capisco allora, confortato dalle stesse sensazioni che provano anche i miei compagni, che tutto ciò è dovuto ad una carica elettrica che c’è nell’aria per le precarie condizioni del tempo, mutevoli al peggio. Un attimo dopo scoppia un fulmine di fronte ai nostri occhi che spezza il cielo a metà e la tragedia sembra quasi inevitabile, anche perché siamo pieni di ferraglia addosso, tra moschettoni, discensore, jumar e chiodi che sono dei poli di attrazione per una scarica del genere. Ci buttiamo a terra urlando e impotenti di fronte ad un destino fatale. Ma non accade niente. Fortunatamente niente.
Anzi, tutta la tensione nell’aria sembra dissolta e così proseguiamo la nostra arrampicata verso la seconda e poi l’ultima e la più elevata delle 3 cime, sotto una neve incessante, oramai fradici di sudore e d’acqua. Alle 12,10 del 12 novembre 2006 sono in vetta al Carstensz, sopra tutta l’Oceania, secondo italiano dopo la salita di R.Messner del 1986, e per me è anche la sesta cima (su 7) delle vette più elevate dei continenti della Terra. Ora mi attende una discesa da brivido, con l’acqua che ha inzuppato tutto; dai vestiti allo zaino, dai guanti agli scarponi e che arriva dentro la pelle sino alle ossa.
La pianura si avverte lontana eppure dal Carstensz si vede il mare.
Non adesso però. Quassù il sole è una rarità.

carstensz4Quante nuvole mi privano di un piacere grande quanto tutta l’isola; di vederla sotto di me con quel mare di verde che sono le foreste e quell’immensità d’acqua e segreti che questo mondo racchiude dentro di sé. Anche le nuvole sembrano impenetrabili e quando lasciano intravedere le pianure a nord e a sud lo fanno con discrezione. L’occhio deve sforzarsi a cercare una strada, una pista o un fiume che spezzi quel groviglio di piante e rami, di foglie e arbusti dove esiste un solo colore: il verde. Li dentro si cela, si nasconde, si occulta tutta un’umanità che si preserva grazie alla caratteristica stessa del suo territorio; quasi inaccessibile e non facilmente esplorabile. Su questa terra strana e maledetta vi sono tutte le varietà di presenza umana; dagli indonesiani miti e laboriosi, agli altri immigranti australiani bianchi e oramai ridotti a pochi centinaia che vivono in PNG. Ma gli aborigeni sono tribù, clan, famiglie, guerriglieri, gruppi etnici, gruppi linguistici, rascals, gente pericolosa per natura, gente diffidente per natura ma questa loro natura è data dal luogo dove vivono. Questo è un territorio selvaggio nel vero senso del termine, ancora oggi sono solo in minima parte addomesticato. Crescere in una terra così significa essere sempre in bilico tra le radici della terra stessa e tutti i messaggi che arrivano dall’esterno. Muoversi a metà strada, e cioè conservare la propria identità e avanzare con gradualità verso la globalizzazione, è la via più complessa e difficile da attuare; ma sarebbe la più giusta. E’ tanto difficile da perseguire che specie in PNG sembra un’idea abbandonata al suo destino.

Tante volte ho osservato dal finestrino di un aereo l’isola che scorreva sotto di me per riflettere su questo “oggetto” misterioso che è la Nuova Guinea; ho sempre avuto la sensazione di guardare una scatola chiusa con dentro un tesoro. Non inespugnabile ne facilmente comprensibile ma ci vorrà ancora del tempo prima che un coraggioso naturalista scopra un insetto mai visto o un marsupiale di cui non si conosceva l’esistenza. Forse c’è tempo e forse è giusto che la Nuova Guinea continui per la sua strada, perché un giusto equilibrio è difficile realizzarlo nel nostro mondo occidentale, moderno, evoluto e democratico, figurarsi se dobbiamo essere noi da dettare le regole ad altri. C’è una parola che assilla il viaggiatore e l’esploratore che si sposta nella grande isola della papuasia ed è il termine fango, mud o muddy (fangoso) in inglese. Ho pestato fango e vi sono affondato fino alle ginocchia da New Britain sino a sotto la parete del Carstensz, passando dagli attracchi sul fiume Sepik fino ai sentieri lungo la valle del Balien. Il fango è una costante a cui ci si deve rassegnare ma in fondo non è un problema così drammatico. Ci si può convivere senza drammi perché ben altre questioni assumono maggior rilievo.

 

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Componenti la spedizione:

Mario Trimeri – Italia
Rick Keller – USA
Kim Young Mi – Corea
John Crellin – United Kingdom

Tutti gli alpinisti hanno raggiunto la vetta il giorno 12.11.2006