mount-vinson

 

 

 

Mario Trimeri è l’unico italiano ad aver salito 2 volte il Mount Vinson, la cima più elevata del continente Antartide, e per due vie diverse

 

 

Antartide

 

MOUNT VINSON

 

Quando Christoph Hoebenreich mi telefonò per comunicarmi l’intenzione di organizzare una spedizione al Mount Vinson in Antartide per la fine dell’anno 2000, l’idea mi piacque subito perché quella parte del mondo l’avevo solo immaginata senza mai vederla. Conoscevo tutta l’area artica e le sue precarie distese di ghiaccio, ma il Pianeta Bianco era un’altra cosa; è un’isola-continente e non una banchisa mobile in balia delle correnti del mare. Ci incontrammo a Monaco di Baviera per i dettagli e quell’anno che ci divideva dalla partenza passò in fretta; più in fretta del solito! 

 

 

Se la Patagonia viene chiamata la “Terra ai Confini del Mondo”, l’Antartide si può considerare al di fuori di questi confini. Non solo perché si trova in fondo al globo terrestre ma per essere un’immensa isola di ghiaccio dove la vita non è permessa.

E’ il luogo più lontano da immaginare e da raggiungere.

 

Non vi sono popolazioni autoctone ne una fauna presente ovunque. In tutta la sua estensione, una volta e mezza l’Europa, vi sono alcune basi che funzionano quasi esclusivamente nel loro periodo estivo (il nostro inverno) e gli unici animali che popolano la costa si trovano per buona parte lungo la penisola antartica nella parte nord-ovest, di fronte al canale di Drake o nelle isole tra la Tasmania e il Mare di Ross. Colonie di pinguini e foche sono lo spettacolo che oramai viene offerto a migliaia di turisti che ogni anno dai porti della Terra del Fuoco (Ushuaia) o da Port Stanley (Isole Falkland) oppure dalla parte opposta a Littelton in Nuova Zelanda o Hobart dall’Australia con delle navi rompighiaccio vanno a visitare le coste antartiche. Queste crociere sono costose perchè qualsiasi cosa che riguarda le zone polari, e l’Antartide in particolare, costa veramente molto. Ci si rende conto forse solo dopo esserci stati quali siano le difficoltà logistiche e le distanze impressionanti con cui si ha a che fare. I costi per le spedizioni all’interno del continente bianco sono veramente esorbitanti. Per arrivare alla base del Mt. Vinson si parte da Punta Arenas nel sud del Cile; si vola con un Hercules di una compagnia privata sudafricana (che normalmente opera in zone “critiche” del mondo) che atterra sulla pista di Patriot Hills in prossimità della Sentinel Range dopo 6 ore di volo. Il capitano-pilota “Bugs” Van Rooyen è (era?) l’unico in grado di una simile “impresa”. Per questo la partenza ed il ritorno da e per Patriot Hills dipendono esclusivamente da lui e in base alle condizioni del tempo e del vento. Da Patriot Hills due Twin Otter operano sul Campo Base del Vinson e sul Polo Sud; arrivano da Resolute Bay (nord del Canada) dove sono di istanza per 9 mesi all’anno. Un piccolo Cessna invece lavora stabilmente alla base nei 3 mesi “estivi” e poi viene parcheggiato in una specie di hangar sotto il ghiaccio al riparo dal lungo e gelido inverno. Pensate che costi trasferire i due Twin Otter da un polo all’altro. Dei 2 piloti, uno è svizzero oramai da pensione ed ha accumulato un’esperienza di volo veramente impressionante. Con quei trabiccoli è in grado di fare qualsiasi cosa e si divertirà non poco sulla Sentinel Range al nostro rientro dopo la cima. Gli avevamo chiesto di mostrarci la catena per bene e lui aveva risposto borbottando qualcosa, mantenendo fede alle nostre richieste. Non esiste emozione più grande in Antartide che ammirare dall’alto una catena di cime che si perdono all’infinito e che somigliano alle spine dorsali di giganteschi dinosauri che spuntano con la loro schiena dai ghiacci. Ma il bianco si perde lontanissimo verso il Mare di Weddel, o la Terra di Marie Byrd o il Polo Sud. A proposito, il Polo Sud da Patriot Hills dista 900 chilometri ed il volo costa 25 mila dollari; si fa in giornata ma si possono aspettare anche 20 giorni perchè vi siano le condizioni per partire. Il Polo Sud geografico con la sua base americana Amundsen-Scott si trova a 2.835 metri di altezza e mediamente l’Antartide si sviluppa su una quota media di 2.500 metri; ricoperti di uno strato di ghiaccio che è il risultato di milioni di anni. Per questo è un terreno importante dal punto di vista scientifico e tante sono le basi dei vari Paesi, tra ui l’Italia, che sono insediate per studiarne il passato e scoprirne mutamenti e segreti. Nel 1959 con il Trattato Antartico sono state dettate delle norme importanti per la salvaguardia del continente dallo sfruttamento del sottosuolo, dagli esperimenti nucleari e dalle rivendicazioni territoriali. La catena Transantartica altro non è che il proseguimento della catena andina e divide il cantinente bianco in 2 parti. Le Elllsworth Mountains nel settore ovest dell’Antartide si dividono in 2 distinte catene: Heritage Range e Sentinel Range dove si trova il Mt.Vinson, la cima più alta. All’interno del continente la temperatura media annua è di 50 gradi sottozero e nella base russa Vostok è stata raggiunta la temperatura più bassa mai registrata sulla Terra: 89,6 gradi sottozero.

 

Il 28 novembre del 2000 parto da Bologna alle 18,45 con il volo per Francoforte dove incontro i miei 3 amici di lingua tedesca Christoph Hoebenreich, che è anche il capo-spedizione, Gerhard Schuhmann ed Helmut Graupner; con loro dividerò, dopo il Polo Nord, un altro deserto bianco. All’aeroporto di Bologna lascio una sconsolata Bory (Roberta) che non vuol saperne di vedermi partire per così tanto tempo e di trascorrere il Natale da sola; ne ha tutte le ragioni. Christoph, Gerhard ed Helmut mi fanno sentire in “famiglia” e questo mi attenua quel velo di profonda tristezza per essermi imbarcato da solo. Alle 11,20 del giorno 29 arriviamo a Santiago de Chile via Buenos Aires; ci accolgono 31 gradi di temperatura e un sole di piena estate. Il Cile è un paese che amo e sento mio perchè spesso mi manca. Ho amici cari quì e poi alla fine della spedizione ci sarà il Beppe (Giuseppe Comba) ad aspettarmi ed ancora una volta saliremo dei vulcani insieme. Mi sento felice solo al pensiero. Poi con Marcelo, Cecilia e Patricia andremo al mare per qualche giorno a mangiare los mariscos che piacciono a tutti e sarà una festa. 

Quando in volo siamo passati sopra le Ande il cielo era coperto dalla parte argentina ed invece senza nuvole dal versante opposto. L’Aconcagua era lì nel suo piedistallo imponente e per un momento mi sono chiesto perchè mai non è stato parte dei miei progetti. Lo salirò mai? All’aeroporto i nostri 60 kg. di viveri passano al controllo doganale (non si può per legge importare cibo) come materiale per l’Antartide e i nostri timori si dissolvono; senza le cibarie avremmo compromesso la spedizione. Ci trasferiamo all’hotel Majestic sulla Santo Domingo 1526 ma la finestra della mia camera da sulla strada e mi sembrerà di dormire in mezzo al traffico per lo strombettare perenne dei clacson. Fa veramente caldo e la sera andiamo con un tassista abusivo (sono più organizzati dei legali) al Giratorio, un ristorante che gira intorno a sè all’ultimo piano di una torre moderna, dove si gode una vista stupenda sulla città e le montagne tutt’intorno.

 

Il 30 dicembre lasciamo Santiago per Punta Arenas. Appena l’aereo si alza in volo si vedono alla nostra sinistra i monti innevati della Cordigliera densa di cime. Man mano che scendiamo verso sud si diradano e restano solo i coni bianchi dei vulcani. Sotto di noi scorre la pianura tra il mare e le Ande, meticolosamente coltivata. Sosta a Conception e Temuco dove la campagna è di un verde abbagliante e ricca d’acqua. Sullo sfondo 4 vulcani e spicca il Llaima. Alle 14 lasciamo Temuco e dopo 2 ore e 10 arriviamo a Punta Arenas. Il cielo è stato quasi sempre coperto se si esclude l’ultima mezz’ora. Prima di atterrare si vedono quà e là delle fattorie perse nel verde e distanti tra loro e dal mondo. Penso a quanto deve essere stata dura per gli europei insediarsi quì e quale sfida deve aver accettato per lottare contro il vento, il freddo e la solitudine. Ad attenderci all’aereoporto c’è Lizy dell’ANI, l’agenzia che si occupa dei voli per l’Antartide. Ci porta in hotel Plaza e fin da subito notiamo la mutabilità frettolosa del tempo. Le nubi corrono veloci nel cielo e in un momento dal sole si passa alla pioggia o al nevischio portato dal vento. Verso sera il vento urla lungo le strade tanto da sembrare il reattore di un aereo. E pensare che siamo in piena estate; figuriamoci com’è d’inverno. Non posso immaginare gli europei venuti quì a cercar fortuna e trovarsi con una realtà così pazzesca con cui convivere. Allora per arrivare quì ci volevano 2 mesi di navigazione e non esisteva il biglietto di ritorno. 

 

Passiamo una notte “bollente” perchè quì scaldano a tutta manetta e se tocchi i termosifoni potresti essere ricoverato al centro grandi ustioni. E’ il primo di dicembre e dopo colazione faccio un giro nella parte alta della città e poi vado al cimitero dove all’entrata principale c’è sulla destra una tomba a memoria degli italiani morti quì. Molti sono gli slavi; e poi tedeschi e anglosassoni. Alle 16 partiamo per un’escursione dai pingiuni con ritorno alle 20,30; interessante ma siamo in attesa di partire e non si sa quanto potrebbe durare; forse un giorno, tre, due settimane o 42 giorni come è successo ad un sudafricano che partirà con noi e non è riuscito ad arrivare la volta scorsa al Campo Base del Vinson per salirlo. Come ho già detto la decisione spetta al pilota dell’Hercules; dal suo Ok all’arrivo a Patriot Hills passano 9 ore. In questo arco di tempo non dovrebbero cambiare le condizione della “pista”, che altro non è che una lastra di ghiaccio naturale ai piedi delle Patriot Hills. Gli alpinisti e lo staff devono essere pronti in qualsiasi momento per partire. A volte mi sembra tutto così irreale, un’atmosfera che si smuove  lentamente  senza direzione come la gente al rallentatore che vedo per strada;  è la mia mente che elabora tutto come a una moviola. In realtà tutto scorre normale e vorrei essere già ai piedi del Vinson. Mi sento bene e nei momenti di noia vado a correre verso il mare o faccio ginnastica per tenermi attivo e tonico.

La struttura dell’ANI, unica nel suo genere, è più complessa di quanto si possa pensare ed io credo che il rischio economico sia per loro molto alto nonostante ciò che paghiamo. Il giorno 5 dicembre alle ore 20 ci avvertono che partiamo e alle 20,40 veniamo prelevati dall’hotel per essere trasferiti in aereoporto dove veniamo pesati; ogni chilogrammo in più di extrapeso sono 100 dollari da saldare subito in cash e pagheremo anche per pochi grammi in più. Siamo in 16 alpinisti provenienti da ogni parte del mondo (sono l’unico italiano), 7 persone che voleranno al Polo Sud e un gruppo di ragazzi di varie nazionalità guidate da Martin Williams, co-fondatore dell’ANI, che cercheranno di raggiungere il Polo Sud con gli sci coprendo una distanza di circa 400 km.; ma alla fine non riusciranno nel loro intento.  

 

Patriot Hills e le Ellsworth Mountains

Le notizie che arrivano da Patriot Hills sono le migliori possibili: tempo buono e visibilità illimitata. L’Hercules è diviso a metà per il trasporto dei passeggeri e per metà dai bagagli ed il carburante per la base. Dopo 10 minuti di riscaldamento dei motori, finalmente alle 23 si parte. Fin da subito ci vengono consegnati i tappi per le orecchie perchè ci aveva avvisati che l’aereo faceva un rumore pazzesco e tremava tutto. Sembra di essere all’interno di un motore e mai avremmo immaginato ad un casino del genere. Alle ore 5,10 del 6 dicembre e dopo aver sorvolato la Penisola Antartica atterriamo a Patriot Hills. L’Hercules incredibilmente si posa con le ruote sul ghiaccio e riesce ad arrestarsi in poche centinaia di metri. Siamo a quota 2.100 metri e la temperatura è di 15 gradi sottozero. L’Hercules dopo averci scaricati con tutto il materiale, si carica dei bidoni vuoti e della spazzatura e riparte per Punta Arenas. Alle 10 e con condizioni di tempo ottime saliamo sul Twin Otter e partiamo per il campo base del Vinson; un’ora di volo e uno spettacolo sull’Antartide e sulle Ellsworth Mountains da mozzafiato. Il Twin Otter prima di giungere a destinazione comincia a ballare causa le nuvole e si abbassa paurosamente con qualche strattone violento; roba da rimettere anche l’anima. Poi plana con i pattini in maniera perfetta sulla pista in salita verso le 2 tende dell’ANI ed è fatta; siamo ai piedi della nostra montagna, a 2.120 metri di quota e con una temperatura di 21 gradi sottozero; il cielo in breve si copre. Arriva subito  l’altro Twin Otter ma il terzo volo non arriverà se non dopo 6 giorni e non vorrei essere al posto dei 2 francesi rimasti a Patriot Hills.

 

Christophe Hoebenreich ed io piantiamo la tenda per buttarci al caldo e nel frattempo arrivano dal campo 2 un francere, Bruno Beauvais, e un polacco, Dominik Grabinski, rientrati per il freddo; la temperatura lassù era di 42 gradi sottozero così hanno preferito scendere per risalire domani al campo 1 se il tempo migliora. Il giorno 7 partiamo tra la nebbia alle ore 12  per il campo 1 tirandoci dietro le slitte con caricati gli zaini pesantissimi. Arriviamo al campo sul Branscomb Glacier alle 19,15 a 2.800 metri di quota, con 27 gradi sottozero di temperatura; ci siamo lasciati la nebbia 200 metri più in basso ed il posto è ben protetto dal vento. Il giorno 8 saliamo al campo 2 a 3.070 metri dove abbandoneremo le slitte sino al ritorno. Oggi la giornata da bella e soleggiata è cambiata e la nebbia ha lasciato spazio al nevischio, fastidioso durante la progressione e nell’operare al campo. Il giorno 9 risaliamo la parete che sbuca sul colle tra il Vinson e lo Shinn e con 35 chili sulle spalle a testa risalire un pendio di 40 gradi per quasi 800 metri è stata veramente dura. Il giorno 10 restiamo al campo 3 a 3.830 metri di quota per riposarci della sfacchinata del giorno precedente mentre gli americani Jim Williams e Joby Ogwin completeranno le loro Seven Summits; Joby della Louisiana è il più giovane alpinista al mondo ad aver realizzato tutte le salite. Il giorno 11 dicembre lasciamo il campo 3 alle ore 10,15 ed inizia la dura e lenta salita verso la vetta. Il tempo è bello e la temperatura è di 28 gradi sotto lo zero ma non c’è vento e questa è veramente una grande fortuna. Il pendio inizia ripido a destra sopra il campo e poi risale lungo e noioso sul ghiacciaio. A circa 200 metri dalla cima saliamo sulla destra il versante ripido che porta al colle (discesa dalla parte opposta) e si alza un  vento gelido che si fa subito sentire. Gli ultimi 100-130 metri sono su misto e l’uscita in vetta è un muro di 3 metri dove ci si butta dentro la piccozza e i ramponi sulle tacche già scavate da chi ci ha preceduto. Alle ore 20 sono in cima all’Antartide (m. 4.897) e questo mi sembra il più bel panorama mai visto sin’ora.

Sono talmente contento che abbraccio i miei compagni con commozione e mi scappa pure qualche singhiozzo che tento malamente di soffocare per la vergogna. Il vento in un attimo spira con una violenza tale che porta la temperatura a 72 gradi sotto lo zero. La pelle del viso brucia e fa male; è tanto gelida da risultare fragilissima e il solo tocco del guanto la graffia a sangue. Sono terrorizzato dal freddo e dalle sue conseguenze. Scappo via dalla vetta e in meno di 10 minuti percorro la cresta che conduce al riparo dal vento e sulla via di discesa. E’ fatta, è tutto passato; ho realizzato la quarta salita italiana al Vinson dopo Reinhold Messner (1986), Giorgio Daidola (1991-92) e Marco Zaffaroni (1995-96).

 

Questa si rivelerà inevitabilmente la mia prima cima delle Seven Summits e tutto sommato e con il senno di poi, sarà quella che mi ha fatto prendere atto che alla fine avrei potuto anche crederci.